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Rentabed

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Martedì, 26 Aprile 2016 15:23

La Basilica di San Paolo Maggiore è uno dei più importanti luoghi di culto a Napoli. Situata in Piazza San Gaetano, nel cuore del centro antico napoletano, è stata eretta sui resti del tempio romano dei Dioscuri di cui resta una parte della facciata principale, e nell’area dove si trovata il Foro di Neapolis. Se la prima costruzione dell’edificio risale all’VIII secolo, l’attuale basilica è frutto delle trasformazioni avvenute nel Cinquecento. A queste seguirono una serie di modifiche ed abbellimenti che si concentrarono soprattutto nel Seicento e nel Settecento grazie agli interventi di Massimo Stanzione, Domenico Antonio Vaccaro e Francesco Solimena, tre fra i più importanti artisti della storia della Napoli moderna.

La basilica spicca grazie ad un’ampia scalinata a doppia rampa che la pone su una sommità. Ai lati della facciata – in cui, come detto, si trovano incorporate due colonne corinzie con resti di architravi dell’originario Tempio romano – si possono notare due nicchie con le statue dei Santi Pietro e Paolo. L’interno è a croce latina a tre navate (le laterali furono aggiunte in un secondo momento), e presenta tutte le caratteristiche di un edificio barocco: splendidi sono i rivestimenti in marmi policromi e la pavimentazione a intarsi marmorei.

Le navate laterali sono costituite da quattro cappelle l'una; ad esse si alternano altre piccole cappelle contenenti cicli di affreschi, stucchi, sculture, storici presepi e lapidi in marmo. Tra le opere più pregevoli dal punto di vista artistico vi sono gli affreschi di Massimo Stanzione del 1644, restaurati nell’800 dal Cammarano, nella volta della navata centrale; quelli di Francesco Solimena, realizzati intorno al 1689, nella Sagrestia; e la scultura marmorea “Angelo custode” del Vaccaro posta nella cappella Flasconi (navata sinistra). Da non perdere anche i due chiostri – uno grande e l’altro piccolo. Quest’ultimo è il più bello: presenta colonne di granito che appartenevano alla preesistente basilica paleocristiana, e al centro un pozzo; secondo una leggenda, qui c’era l’acqua più fresca di Napoli e cittadini da ogni parte della città vi giungevano per dissetarsi.

Martedì, 26 Aprile 2016 15:23

La chiesa di San Pietro a Majella si trova nel centro di Napoli, adiacente all’omonimo Conservatorio, non lontano dalla chiesa di San Domenico Maggiore. Costruita alla fine del Duecento per volere di re Carlo II d’Angiò, venne dedicata al santo pontefice Celestino V. Il nome rimanda all’eremitaggio del papa sui monti della Majella. Tuttavia l’attuale struttura dell’edificio religioso è frutto degli interventi decisi successivamente dal re Roberto d'Angiò e da Andrea di Ungheria nel corso del XIV secolo.

La radicale ristrutturazione della chiesa di San Pietro a Majella riguardò la facciata – che fu spostata in avanti rispetto al campanile – e l’interno, che subì una radicale modifica in stile barocco. I successivi restauri – in particolare quelli di inizio ‘900 – riportarono l’edificio religioso indietro di qualche secolo, donandogli nuovamente l'originario aspetto gotico.

L'interno è a tre navate, con nove cappelle laterali, più quattro ai lati del presbiterio e dal transetto. Sono presenti monumenti funebri di Pipino di Barletta, architetto della chiesa, e di membri della famiglia Petra: questi sepolcri sono stati realizzati dal famoso scultore napoletano Lorenzo Vaccaro. Molto bello è il seicentesco altare maggiore, realizzato da Cosimo Fanzago e Pietro e Bartolomeo Ghetti, e collocato nell’abside. Nel transetto spiccano dipinti di Mattia Preti che risalgono alla metà del XVII secolo.

Tra le altre opere di notevole importanza presenti nel luogo di culto vi sono tre tele di Francesco De Mura all’interno della cappella Colonna Zagarola, una tela di Massimo Stanzione nella cappella San Pietro, e opere di Giovanni da Nola nel transetto. Sul fianco sinistro della chiesa si trova il campanile: alto 42 metri, presenta tavole marmoree con gli stemmi di papa Celestino V, ed è suddiviso in tre parti secondo uno schema tipico dell’architettura campana dell’epoca.

Infine meritano una visita i due chiostri del complesso: il primo risale al 1660 circa e da esso si giunge al secondo di minori dimensioni; da qui si accede alla biblioteca ed al museo del conservatorio di San Pietro a Majella: al suo interno vi sono una sezione dedicata agli strumenti storici, rari manoscritti, ritratti e busti di musicisti celebri.

Martedì, 26 Aprile 2016 15:22

La chiesa di Santa Caterina a Formiello si trova in Piazza Enrico de Nicola, nel cuore di Napoli, a due passi dal Castel Capuano e da Porta Capuana, e a pochi metri dalla stazione ferroviaria centrale. Il nome dell’edificio religioso, eretto e completato durante il XVI secolo, deriva dai condotti (dal latino “formis”) dell’acquedotto della Bolla, che portava l’acqua nella città di Napoli fino alla fine dell’Ottocento. Santa Caterina a Formiello è caratterizzata da spiccate linee e gusto rinascimentali, che furono arricchite grazie a successive decorazioni.

L’interno, a croce latina ad una navata, presenta in totale 10 cappelle, cinque per lato. Di notevole gusto è la cupola considerata dai contemporanei come una delle più belle dell’intera città grazie anche all’affresco realizzato da Paolo de Matteis. Un magnifico impianto decorativo caratterizza anche il transetto, in cui si trova un affascinante gruppo scultoreo della Madonna del Rosario. Il tema raffigurato dalla complessa scultura è l’intercessione di Maria presso il figlio affinché fermasse l’avanzata dei Turchi in Europa, respinti poi militarmente a Lepanto, nella celebre e sanguinosa battaglia navale del 1571.

Le cappelle custodiscono pregevoli affreschi del Seicento e del Settecento di artisti del calibro di Luigi Garzi, Paolo De Matteis, Santolo Cirillo, Guglielmo Borremans, Giacomo del Po, Giuseppe Simonelli; nel complesso l’edificio accoglie inoltre opere scultoree databili tra il XVI ed il XVIII secolo di Annibale Caccavello, Pietro Benaglia, Giovan Battista Colombo e Matteo Bottiglieri. Queste opere aggiungono all’impianto rinascimentale della chiesa di Santa Caterina a Formiello il gusto barocco napoletano.

La chiesa era caratterizzata da due chiostri di diverse dimensioni. Entrambi erano ad appannaggio dei domenicani che per tre secoli gestirono l’edificio religioso. Tuttavia nel 1809 Murat abolì l’ordine e trasformò i due chiostri in strutture civili e militari. Oggi si può ammirare solo una parte del chiostro piccolo mentre il resto si può definire come archeologia industriale nel cuore di Napoli. Sono tuttavia in corso dei progetti per il recupero di parte o di tutto il complesso monumentale.

Martedì, 26 Aprile 2016 15:22

Il Complesso Monumentale di Santa Chiara si trova due passi dalla Chiesa del Gesù Nuovo, lungo il decumano inferiore, nel centro storico di Napoli. Fa parte delle tappe irrinunciabili durante un soggiorno nel capoluogo partenopeo: l’eleganza della chiesa ed il fascino silenzioso del chiostro maiolicato sono infatti due delle principali attrazioni artistiche in città. La chiesa di Santa Chiara è la più grande basilica gotica di Napoli: voluta da Roberto d’Angiò, fu costruita nella prima metà del XIV secolo. L’edificio visse il suo periodo di massimo splendore tra il 1742 e il 1796, quando venne ampiamente ristrutturata ed ammodernata in forme barocche.

Gli interventi furono realizzati da Domenico Antonio Vaccaro e Gaetano Buonocore per l’esterno, mentre gli interni furono abbelliti con opere di Francesco de Mura, Sebastiano Conca e Giuseppe Bonito; Ferdinando Fuga eseguì lo splendido pavimento decorato. Tuttavia quella che ammiriamo oggi non è la basilica settecentesca originaria: i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale danneggiarono sensibilmente l’edificio che restò chiuso per diversi anni: soltanto nel 1953 essa riaprì al pubblico dopo le necessarie ristrutturazioni.

La facciata della chiesa è ornata solo da un enorme rosone, ed è affiancata a sinistra dal campanile a pianta quadrata. L'interno, formato da una navata unica con dieci cappelle per lato, è semplice come richiesto da un luogo di culto francescano. Le opere d'arte presenti nell'interno sono per lo più state realizzate nei secoli XIV e XV. Su tutte spiccano le tombe reali come il sepolcro di Roberto d'Angiò, per dimensioni il più grande monumento funebre del medioevo italiano, opera dei fiorentini Giovanni e Pacio Bertini (1343-45); nella basilica vi sono anche le tombe di Carlo di Calabria (1330-33) e della sua seconda moglie Maria di Valois (1333-38), entrambi opera di Tino di Camaino.

Splendide sono le decorazioni barocche progettate e realizzate da Domenico Antonio Vaccaro, Gaetano Buonocore e da Giovanni del Gaizo. Bellissima la decorazione della volta con stucchi e affreschi realizzati da Francesco De Mura, Giuseppe Bonito e Sebastiano Conca. Su una parete del lato destra della controfacciata e nel coro vi sono i resti di affreschi di Giotto. Infine la Basilica di Santa Chiara è il sepolcreto ufficiale dei Borbone: qui infatti riposano i Sovrani delle Due Sicilie, da Ferdinando I a Francesco II.

Da un’uscita laterale dell’edificio ci si trova all’ingresso del chiostro maiolicato (entrata a pagamento): opera di Domenico Antonio Vaccaro del 1739, è un’oasi di pace e serenità nel cuore di Napoli. Di forma quasi quadrata (82x78 metri), presenta oltre alle piastrelle ed alle panchine maiolicate, affreschi barocchi alle pareti. Il complesso ospita altri due chiostri, quello dei “frati minori” e quello “di servizio” utilizzato come refettorio.

Martedì, 26 Aprile 2016 15:21

Situata a due passi dal Duomo, la chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia sorge su una preesistente struttura religiosa appartenente alle monache basiliane; passato poi alle monache clarisse, fu danneggiato dal terremoto del 1293. Ricostruita ad inizio del secolo successivo grazie alle donazioni della regina di Napoli Maria d'Ungheria – qui sepolta – la chiesa mostra forma architettoniche tipiche dello stile gotico.

L’importanza artistica dell’edificio è dovuta in particolare a due opere custodite in esso: il monumento sepolcrale della regina e il ciclo di affreschi situato nell’unica cappella posta proprio di fronte alla citata tomba. Quest’ultima è opera di Tino da Camaino, uno dei più importanti scultori italiani vissuti tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento. La scultura raffigura il sarcofago della defunta sorretto dalle Quattro Virtù, con statuette che rappresentano i figli della regina.

Di grande pregio è il ciclo di affreschi trecenteschi presenti nella cappella. Di ignota attribuzione, essi tuttavia riprendono spunti tipici della scuola giottesca a cui si aggiungono elementi bizantini. Nella parete di fondo il tema è l’Annunciazione mentre sulla parete sinistra è la Crocefissione di Gesù. Altro ciclo di affreschi degno di nota è quello che decora il coro delle monache, accessibile tramite una rampa di scale situata sulla parete destra subito dopo l'ingresso in chiesa. Il coro presenta anche un notevole cassettonato ligneo con l’Incoronazione della Vergine e stalli lignei, entrambi databili all’inizio del XVI secolo.

Infine meritano attenzione il chiostro e la zona absidale: qui infatti si possono ammirare i resti della pavimentazione in cotto maiolicato, uno dei più fulgidi esempi di arte ceramica napoletana in età angioina, databile tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo. Nell’area dell’abside invece vi sono interessanti affreschi e decorazioni del casato d’Ungheria e della famiglia reale d’Angiò (la regina Maria era infatti sposata con il re angioino Carlo II). Infine il chiostro, detto “dei marmi”, fu costruito su progetto di Ferdinando Sanfelice ed è caratterizzato da archi a tutto sesto e da pilastri ionici con specchiature marmoree.

Martedì, 26 Aprile 2016 15:18

Eretta in piazzetta Monteoliveto – a due passi da Via Toledo - ad inizio del Quattrocento, la chiesa di Sant’Anna dei Lombardi è uno delle massime testimonianze del rinascimento toscano a Napoli. Come molti edifici religiosi in città, anche Sant’Anna dei Lombardi ha avuto una storia travagliata legata prima ai padri Olivetani e poi ad una serie di ricostruzioni e ristrutturazioni. Queste si resero necessarie prima a seguito calamità naturali, e dopo a causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale che purtroppo danneggiarono in maniera sensibile l’edificio.

La chiesa, come oggi la possiamo ammirare, rispecchia la struttura rinascimentale che le fu data nel XVI secolo. Questo stile architettonico campeggia in particolare in tre cappelle decorate ed arricchite da alcuni dei massimi maestri del rinascimento toscano. Questi artisti giunsero a Napoli grazie al forte legame politico che vigeva tra la corte aragonese regnante a Napoli e quella medicea a Firenze. Un vincolo che si rafforzò con l’acquisto di opere d’arte fiorentine operate dalla corte partenopea.

A sinistra dell’atrio di Sant’Anna dei Lombardi c’è la cappella Piccolomini, replica di quella del cardinale di Portogallo nella chiesa fiorentina di S. Miniato al Monte; essa ospita la tomba di Maria d'Aragona e la “Natività e santi sull'altare”, entrambe opere dello scultore toscano Antonio Rossellino. Dalla parte opposta c’è la cappella Terranova che custodisce l’”Annunciazione e santi” di Benedetto da Maiano, mentre in fondo alla navata sinistra c’è la cappella Tolosa, attribuita a Giuliano da Maiano: quest’ultima richiama i modi tipici della scuola brunelleschiana.

Sant’Anna dei Lombardi si può considerare come un vero e proprio museo della scultura napoletana dei secoli XV e XVI: spiccano infatti opere di due maestri del calibro di Giovanni da Nola e di Girolamo Santacroce. Inoltre, tra le altre opere degne di nota, citiamo il gruppo in terracotta del Compianto di Cristo del modenese Guido Mazzoni (otto statue che rappresenterebbero i sovrani di Aragona), le volte affrescate da Giorgio Vasari presenti all’interno della sagrestia vecchia, e il ciclo di affreschi “Storie bibliche” di Pedro Rubiales.

Infine il complesso di Sant’Anna dei Lombardi (detta anche Santa Maria di Monteoliveto) era costituito in origine anche da quattro chiostri. Solo quello grande è giunto a noi in buone condizioni grazie ad una faticosa opera di restauro.

Martedì, 26 Aprile 2016 15:17

La Chiesa dei Santi Apostoli si trova nell’omonimo largo, lungo Via Anticaglia, il Decumano Superiore di Napoli. E’ situata nel cuore della città antica, molto vicina al Duomo ed alla chiesa dei Girolamini da una parte, e dal Museo Archeologico Nazionale dall’altra. La sua costruzione iniziò nel V secolo su un preesistente tempio romano ma fu soltanto dall’inizio del Seicento in poi che l’edificio iniziò ad assumere le attuali sembianze. Essa è da sempre la casa dei Teatini napoletani, l’istituto religioso maschile di diritto pontificio.

I lavori della prima metà del XVII secolo modificarono l’impianto strutturale dell’edificio: in particolare fu accorciato il coro a favore di un numero maggiore di cappelle. Negli stessi anni fu eretto il campanile e fu costruita la cappella Filomarino che custodisce il maestoso e straordinario altare di Francesco Borromini.

L’interno è nel suo complesso lussuoso e ricco, e si pone in netto contrasto con la facciata esterna, molto semplice e priva di decorazioni. La controfacciata, i lati dei finestroni, la volta della navata, il transetto, l'abside e i pennacchi della cupola presentano il meraviglioso ciclo di affreschi realizzati dal pittore parmense Giovanni Lanfranco fra il 1638 e il 1646. Pochi decenni dopo si aggiunsero gli affreschi di Francesco Solimena, Dionisio Lazzari, i dipinti di Nicola Malinconico, Domenico Fiasella, Paolo De Matteis, Francesco De Mura. Si può dire che le cappelle racchiudono una vera e propria pinacoteca del XVII e XVIII secolo.

Tra le altre opere presenti nella chiesa dei Santi Apostoli spiccano la tomba del giurista Vincenzo Ippolito realizzata da Giuseppe Sammartino – l’autore del sontuoso Cristo Velato nella Cappella Sansevero - e una preziosa tela d'altare di Agostino Beltrano. Nel presbiterio vi sono tele di Luca Giordano. Bellissime sono anche la sacrestia, uno dei massimi esempi di barocco a Napoli, e la cripta, di grandezza pari alla chiesa medesima, affrescata da Belisario Corenzio e in cui è seppellito il poeta Giambattista Marino.

Martedì, 26 Aprile 2016 15:16

Unico monastero dell’ordine benedettino a Napoli, il complesso monumentale dei Santi Severino e Sossio si articola in quattro chiostri e due chiese: una dedicata ai due santi e l’altra rappresentata dalla chiesa inferiore, purtroppo non visitabile. Il nome dell’edificio religioso è legato alla presenza delle reliquie dei due santi: le spoglie del benedettino San Severino furono portate nella piccola chiesa – che precede la costruzione dell’attuale – nel 902, mentre quelle di San Sossio, ritrovate tra i ruderi del Castello di Miseno, non lontano da Pozzuoli, vennero condotte qui due anni dopo.

I lavori di ampliamento dell’edificio religioso risalgono alla fine del Quattrocento e durarono per diversi decenni. Tra il 1560 e il 1570 fu eseguito un coro ligneo che in breve divenne un modello per gli intagliatori di legno dell’epoca. Da vedere sono anche gli affreschi della volta della navata e del transetto realizzati dall’artista tardomanierista Belisario Corenzio, e il disegno per l’altare maggiore completato in puro stile barocco opera di Cosimo Fanzago, entrambi artisti protagonisti di numerose opere a Napoli.

La chiesa dei Santi Severino e Sossio subì, come altri edifici religiosi napoletani, una serie di ristrutturazioni e modifiche a seguito dei terremoti che colpirono la città tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento: ad esse lavorarono in particolare Giovan Battista Nauclerio, uno dei maggiori architetti dell’epoca, e Francesco De Mura, il pittore che portò a Napoli il nuovo gusto Rococò.

Oggi la chiesa si mostra a croce latina ad unica navata, con profonda abside rettangolare, sette cappelle per lato ed un bellissimo pavimento marmoreo del ‘500. Ben quattro cappelle furono realizzate da pittori ed artisti fortemente legati ai cantieri benedettini come il senese Marco Pino. Tramite la settima cappella a destra è possibile accedere al chiostro grande del complesso e, successivamente, alla rinascimentale chiesa inferiore dove si trovano numerose tombe che risalgono al Cinquecento. L’antisacrestia presenta la bellissima cappella Medici di Ottaviano opera di Fabrizio di Guido.

I chiostri costituiscono tra gli esempi più rilevanti in città. Accessibili dopo la chiesa inferiore, sono nell’ordine tre: il primo detto “di marmo” o “grande” caratterizzato da un giardino con quattro aiuole e pavimento in cotto; il secondo, “del platano”, presenta diciotto affreschi rinascimentali di scuola umbro-marchigiana; il terzo detto del Noviziato (o Piccolo) risale al Quattrocento. Il complesso religioso dei Santi Severino e Sossio si trova in Via Bartolomeo Capasso, 22, non distante da Corso Umberto I, Piazza Nicola Amore e dalla zona universitaria, nel centro storico di Napoli.

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